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RECENSIONE
di
Matteo Ceschi (Musica&Dischi)

Dimenticate la normale dinamica
artista-spettatore. Da oggi la liaison nata sotto i caldi e abbaglianti
riflettori del palcoscenico non varrà più! Rassegnatevi, non c’è più
nulla da fare! Mettetevi l’anima in pace, pazientate e lasciate che sia
Joe Valeriano a scegliervi. Che fate? Avete già le mani nei capelli e vi
sentite esclusi e trascurati? Datemi retta, non disperate. Prima o poi
vi capiterà di sicuro di “essere scelti” perché a Joe non manca certo la
generosità, anzi, in lui abbonda l’altruismo del blues, quell’amore
incondizionato per il pubblico, quel “darsi in pasto alla folla”
romantico e al tempo stesso disinteressato. Live at Teatro Odeon è la
più vivida testimonianza di questo sentimento forte che in nessun modo
potrebbe essere messo a tacere, un’ode d’amore alla cittadina natale,
Molfetta, e a tutti i fans della musica del Delta del Mississippi.
Registrato nel dicembre del 2004, il disco vede Joe affidarsi ancora una
volta alla rodata formula del power trio: a affiancarlo questa volta ci
sono Giovanni Astorino (al basso) e Rino Corrieri (alla batteria),
entrambi membri della band di un altro pugliese D.O.C., il riccioluto e
irriverente Caparezza. Sarà l’aria di casa, l’iniezione d’energia
portata dai due nuovi giovani e motivati compagni, sta di fatto che
saranno sufficienti una quindicina di secondi perché questo live vi
“acchiappi”. Il termine gergale rubato al buon Jerry Calà è forse quello
che meglio rende l’idea profonda di coinvolgimento alla base di questa
esaltante performance, un’esperienza totale dove ciò che viene
appositamente lasciato al caso assume i contorni di un’anarchica
perfezione sonora alla Mingus. In quest’ottica ogni singola escursione
che allontana la band dall’esecuzione originale del brano è ben accetta
e contribuisce a gettare luce sulla vivace personalità dei tre
interpreti: se in Baby, I’m Gonna Leave You Astorino e Corrieri
assecondano con grazia e puntuale discrezione il mood vagamente
“spagnoleggiante” della Fender di Joe, mai così ricca di personalità
come in questa occasione, in Hey Joe è la sezione ritmica a stuzzicare
il lead instrument costringendo Joe a “cavare fuori” dalla chitarra una
sequenza di micidiali note infuocate in grado di surriscaldare anche il
migliore impianto. Per nostra fortuna gli abili Astorino e Corrieri
(coraggiosi come pompieri nel cuore dell’incendio) riescono a
controllare le lingue di fuoco che schizzano fuori dalla sei corde (che
in questa occasione suonano come sessanta) della Fender incanalando il
furore artistico di Joe nel cuore stesso di Hey Joe e regalandoci quell’interpretazione
che avremmo sempre voluto ascoltare per ricordare con gioiosa serenità
Jimi Hendrix. Se pensate che le sorprese di questo live siano finite vi
sbagliate di grosso. C’è ancora tempo per commuoversi con un’esecuzione
di Mr. Tambourine Man – Joe canta il brano di Dylan con estrema vigoria
canora pur riuscendo a mantenere il registro vocale aperto a una morbida
e sorprendente intimità – e per assaporare scampoli di trance sonora con
l’assolo di Rino Corrieri, musicista impavido guidato da una spiccata
fantasia ritmica. Ehi, adesso che Joe vi ha scelti come vi sentite?
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