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Live @ Nidaba Theatre: la
nuova scena blues milanese
di Matteo Ceschi

Stavamo (io e un gruppo di amici) andando controcorrente? Profughi del
sabato sera e dei suoi effervescenti eccessi, alla ricerca di radici che
forse non ci appartenevano del tutto. Il nostro temporaneo esilio su
quattro ruote sarebbe ben presto terminato e saremmo infine giunti alla
destinazione prestabilita. Un altro amico, già da tempo convertito alla
filosofia del weekend “alternativo”, si era offerto di farci
trascorrere una nottata dalle forti emozioni. Non è un segreto per
nessuno dei lettori la mia amicizia con Joe, ma, giusto per sentirmi parte
integrante della carovana, mi appropriai spudoratamente dell’entusiasmo
dei miei compagni. Freddo e glaciale calcolatore con gli altri, non potevo
tuttavia mentire a me stesso. Ogni volta che mi ritrovavo ad ascoltare i
live show di Joe Valeriano (e chi pensavate che fosse?) venivo percorso da
un turbinio di good vibrations. Ero convinto che anche questa volta la
musica non avrebbe tradito le nostre aspettative. Gli sguardi inchiodati
alla strada, ognuno rimuginava pensieri. Perso nella profondità dei miei
(fortunatamente da 27 anni a questa parte non mi è mai toccato l’onore
della guida!), ed essendo ancora relativamente lontana la meta, lanciai
una sfida alla memoria. Bella pretesa, direbbe qualcuno, la tua: rievocare
un passato cui non ti è stato concesso di assistere. Gioco con
l’immaginazione e ricordi altrui, potrei tranquillamente rispondere. Ed
è quello che farò almeno fin quando lo spettacolo di stasera inizierà.
Storie di un’altra generazione che si riversano tra i solchi di un
vinile che adesso stringo gelosamente tra le mie mani. Persone che
ricordano commosse un caro amico, un giovane afroamericano dallo sguardo
intenso e dalla voce calda e profonda, che con la sua chitarra (e l
’armonica) fendeva magicamente le nebbie che avvolgono, oggi come
allora, i navigli milanesi. Verl Cooper, a.k.a. Cooper Terry, era il suo
nome, il blues la sua vita, la sua professione. Pioniere che tornò sulle
orme dei suoi avi scegliendo liberamente l’Est dall’Ovest. Un black
cowboy alla conquista di territori vergini popolati da cannibali musicali,
alla ricerca di nuove e saporite melodie da gustare in compagnia di tutta
la tribù. Alzai leggermente gli occhi. La puntina stava terminando la sua
corsa. Era tempo di riporre Soul Food Blues nella sua colorata ed allegra
copertina e di tornare con i piedi sul marciapiede. Di fronte a noi,
socchiusa come un baule stracolmo di tesori, la porta del Nidaba. Max, il
gestore, e Joe ci vennero incontro salutandoci calorosamente. Manipolo di
gringos inghiottiti da una fumosa atmosfera stile vecchio western,
lucidammo i cannoni, nel caso ci fosse stato bisogno di illuminare il
locale a giorn o e ci gettammo rozzamente su inermi boccali di biondissima
birra. Il blues era lì, pronto a esplodere in tutta la sua rude bellezza.
Il piccolo palco di legno scricchiolante, dove in questi ultimi sei anni
si erano esibiti i nuovi esponenti della scena milanese e importanti
ospiti stranieri, crepitava di energia. Joe, per questa serata in versione
acustica, si presentò tra gli applausi accompagnato da un gruppo di
giovani musicisti. Le incertezze non ebbero tempo di attecchire. Il sound
che si diffondeva tra l’affollata platea conquistò immediatamente gli
astanti. Joe, nelle vesti di pifferaio magico, guidava l’improvvisata
(avevano provato insieme solo qualche ora prima dell’esibizione) band
verso gli infuocati orizzonti sonori del South West. Sulle note di Voodoo
Chile il quartetto (oltre a Joe, i fratelli Petruzzelli al basso e alla
batteria e Michele Fazio al piano) spicca il volo. La chitarra imbastisce
la trama sonora del brano. Un a serie di fitti passaggi, impreziositi dal
bravissimo Michele Fazio (i tasti del piano impazziscono dando vita a un
festoso luna park in bianco e nero), satura l’ambiente circostante. Il
tutto avviene in un clima di straordinaria naturalezza ed improvvisazione
jazzistica. Lo spettacolo procede a ritmi elevati tra l’entusiasmo del
pubblico. Canzone dopo canzone, nota dopo nota. Poi gli strumenti si
zittiscono. Attoniti, come i nostri vicini, ci domandiamo per quanto
ancora questi bravi musicisti dovranno continuare a “nascondersi”
nell’underground mantenendosi con i più disparati lavori. Radicati nel
fertile humus urbano questi artisti continuano a crescere e noi a seguire
le loro gesta sul palco di questo piccolo locale che, per la sua genuina
atmosfera, ricorda molto da vicino le barrelhouses del Texas. Un
consiglio: teneteli d’occhio! (special thanks Nicola Sorbo e Vahan
Maloyan per le foto. Info n.sorbo@lycos.com).
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